Il grande Lebowski, la rivoluzione degli outsiders

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The Big Lebowski Genere: Commedia Regia: Joel Coen Cast: Jeff Bridges, John Goodman, Steve Buscemi, David Huddleston, Julianne Moore, John Turturro, Philip Seymour Hoffman, Peter Stormare, Ben Gazzara, Jon Polito Durata: 117 min Anno: 1998

8860b83ce877efc49507d76d7cfa0f79I due fratelli di Minneapolis, Joel ed Ethan Coen, nella loro carriera hanno sempre scorazzato attraverso tutti i generi cinematografici rendendo i loro film operazioni intelligenti. Il grande Lebowski, film del 1998 segna il raggiungimento dell’apice creativo della loro filmografia, diventando in pochissimo tempo un film di culto. Geni assoluti del cinema, i due bros più famosi d’America e autori di capolavori come Fargo, Crocevia della morte e Blood simple rimodellano un genere prendendo qualche spunto da Il grande sonno di Raymond Chandler e regalando al mondo del cinema uno dei più grandi personaggi della settima arte: Il Drugo.

Los Angeles, anni ’90. Jeffrey Lebowski (Jeff Bridges) che si fa chiamare Drugo (Dude nella versione originale) è l’uomo più pigro del mondo, ex hippy sessantottino e disoccupato, passa il tempo a fumare erba e giocare a bowling con due amici. Una sera si vede entrare due tizi in casa a reclamare soldi, il tutto per un beffardo equivoco che vede il povero protagonista omonimo di un ricco magnate. I due, prima di andare, gli mingono sul tappeto. Sarà proprio la “questione tappeto” a spingere Drugo in un’avventura ai limiti dell’assurdo. Valigie piene di soldi e mutande sporche, un’auto rubata da ritrovare, un rapimento (o presunto tale) e un partner dei più irascibili.the_big_lebowski_screenshot_4

La trama de Il grande Lebowski è in pieno stile action thriller ma degli intrecci i fratelli Coen non se ne sono preoccupati molto, l’importante era generare quel clima di caos che governa l’esistenza umana. Ogni azione nel film ha un elemento logico che viene però ben presto disintegrato da qualcosa di folle. Già dall’inizio, la calda voce fuori campo e la panoramica di una Los Angeles notturna, ci fanno capire che qualcosa di incredibile sta per succedere. Poi però in un supermercato della Valley ci viene presentato l’eroe di questa storia. Drugo ispeziona i prezzi dei cartoni di latte nel reparto frigo in ciabatte e accappatoio e assaggiandone un po’ si avvia a staccare un assegno di sessantanove centesimi per l’acquisto. Siamo all’inizio degli anni ’90, Saddam ha invaso il Kuwait, ma Bush appare in televisione e promette che “quest’aggressione non sarà tollerata”. Intanto, in casa di Drugo irrompono i due tizi del tappeto. L’effetto farfalla è appena cominciato. Commedia originale e grottesca, di un umorismo unico ma al tempo stesso portatrice di messaggi e ideali di una vita dettata dalla misantropia e dalla pigrizia, tra una partita a bowling, un bicchiere di White Russian e uno spinello. Su ognuno dei personaggi che compongono l’universo coeniano si potrebbe discutere all’infinito e la sceneggiatura aiuta a renderli immortali.

“A volte sei tu che mangi l’orso e altre volte è l’orso che mangia te.”

Lo stile è perfettamente coerente col resto della collezione Coen, mentre proprio la sceneggiatura, a differenza degli altri lavori dei bros, aiuta lo spettatore a districare la matassa in anticipo, quasi a volerlo immedesimare per poter dare supporto al Drugo. Stile elegante fino alle soglie del lezioso, controllatissimo e dall’incredibile compostezza formale che non viene mai intaccata. Si può essere volgari e folli, nichilisti e melodrammatici, insomma questi personaggi viaggiano tutti verso la stessa direzione in maniera eccepibile. Drugo diventa detective inaspettato e inizia a compiere un viaggio attraverso la società americana contemporanea, piena di manie-ossessioni e personaggi folli. Jeffrey Lebowski, ”l’altro Jeffrey Lebowski, il miliardario”, filantropo eroe di guerra costretto sulla sedia a rotelle nel suo studio alla Citizen Kane e marito della rapita Bonny è solo la prima delle figure ambigue che si stagliano davanti al nostro eroe (o antieroe).the-big-lebowski

E così, dalla tragedia macchiata di sangue sulla neve, i fratelli Coen passano alla farsa per eccellenza, un’avventura da dove può nascere di tutto però alla fine non accade mai niente, o quasi. Il Drugo, in qualche modo, cerca di portare avanti i valori del sessantotto così non si schiera con i perdenti che volevano cambiare grottescamente le cose, né tantomeno si schiera con i finti filantropi suoi omonimi, la faccia sporca di un’America che vive nella paura delle apparenze per sfuggire ai giudizi della gente. Non c’è nulla da scoprire e come sempre il punto di partenza coinciderà con quello d’arrivo. Insomma la capacità dei Coen di costruire storie per ogni genere, cucirle ai personaggi ampliandole di luoghi comuni fornendo loro degli spazi, sono la messa in scena di una matriosca cinefila che con Il grande Lebowski ha raggiunto l’apice del loro cinema. Prendendo gli scarti degli scarti dei film di genere creano un mondo diverso, ma talmente folle da essere paradossalmente reale.

“Un momento, aspetti che le spieghi una cosa: Io non sono il signor Lebowski, lei è il signor Lebowski. Io sono Drugo, è così che deve chiamarmi, capito?”

Il grande Lebowski (nonostante l’insuccesso all’uscita) non viene ricordato solo come una straordinaria commedia, ma anche e soprattutto per un nuovo limpido esempio di scrittura cinematografica. Dialoghi e inquadrature nascondono ognuno il proprio significato. I Coen non hanno avuto mai bisogno di ostentare intelligenza, non cercano quindi di descrivere il suicidio dei miti generazionali, ma prendono comunque queste tematiche e le trasformano in qualcosa di delirante grazie all’ironia e al grottesco di chi non vuole realmente essere preso sul serio. Quella che i Coen ci mostrano è una società costruita tramite la spettacolarizzazione, la migliore medicina per dimenticare ogni trauma, ogni ferita inflitta al proprio gigantesco orgoglio. Nessuno viene risparmiato nel teatro simil-bellico allestito dai cineasti grazie anche all’aiuto di straordinari interpreti del cinema americano. Nemmeno chi ha deciso di restare ai margini, di non entrare in pista e vagare ignaro nei fumi degli oppiacei e dell’alcool per essere emarginato di proposito. Il sogno/incubo del Drugo, uno straordinario Jeff Bridges all’apice della sua carriera, è una rivisitazione psichedelica di frammenti di meta-cinema, tra il classico e il post moderno, in un contesto grottesco e funzionale. Insomma, il punto più alto dell’intero film.the_big_lebowski_62987-1920x10801 (1)

L’America secondo i Coen è un ricettacolo di personaggi locandine, un misto di seguaci leninisti-marxisti col trauma del Vietnam che puntano un’arma alle povere vittime innocenti. Predoni di religioni oramai schiavi di assurde usanze, incarnati dalle gigantesche doti mimiche di John Goodman. Idee e valori sono luoghi comuni e il bowling è la sola costituzione sulla quale prestare giuramento. Redenti pederasti dal nome blasfemo col feticismo verso questo sport-passatempo, Jesus Quintana è John Turturro… o viceversa, fate un po’ voi. Chi ce la mette proprio tutta è un altro emarginato, Donny, che Steve Buscemi muove timidamente nella jungla infernale losangelina trovando conforto solamente nei birilli fino a quando un potere divino non gli mostra il suo destino facendogli sbagliare uno strike. E il Drugo si ritrova padre suo malgrado, incastrato da un’eccentrica e scoppiata artista della ‘vagina’ (Julianne Moore) figlia dell’altro Lebowski, il miliardario con lo schiavetto ruffiano dai modi retrò gestito con grazia e irriverenza dal compianto Philip Seymour Hoffman. Poi sceriffi fascisti, tedeschi nichilisti e gli Eagles.

“Nichilisti? Mi venga un colpo. Allora è meglio la dottrina nazional-socialista, Drugo. Se non altro, ha alla base l’ethos”

La palla da bowling nei sogni del Drugo è il vero monolite kubrickiano dell’esistenza umana. Il bowling è il paradiso terrestre di una geometria poetica che custodisce un’intera popolazione di perdenti, quasi tutti grassi, rozzi e goffi. Nel vortice di palle, birra e birilli tutto si muove lentamente, immerso in una sorta di dimensione parallela. Il quotidiano ripetitivo di Drugo è scandito da esercizi di accidia e tale performance diventa il vero soggetto del film che, come già detto, non vuole andare da nessuna parte, ma il nulla dei Coen è un nulla specifico: ritmo scoppiettante, folle e pungente sarcasmo, antieroi o eroi dei perdenti, l’epica che nega se stessa, il teatro dell’Assurdo dove pulp incontra ironia in una rivoluzione intellettuale degli outsiders che con una dolcezza inaspettata sono capaci persino di commuovere.

★★★★★

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Michele Giacci

Michele Giacci

Michele Giacci nasce a Napoli il 31 maggio 1987, l'anno di Full Metal Jacket, Il cielo sopra Berlino, Gli Intoccabili, Wall Street e del primo scudetto del Napoli di Maradona. Cresce coi western alla tv e coi film di Spielberg al cinema, insieme ai romanzi di formazione del ventesimo secolo e all'amore incondizionato verso l'isola d'Irlanda.

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