Xavier Dolan, CineCaverna incontra il regista di Mommy

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Questo articolo è stato redatto da Emanuela Quaranta che per l’occasione ha collaborato con CineCaverna.

Lunedì scorso 1 dicembre, Xavier Dolan ha presentato il suo nuovo lavoro a Milano. Mommy (qui la nostra recensione) è il primo film distribuito in Italia dei cinque realizzati dal giovanissimo regista canadese, classe 1989. Ecco il resoconto della conferenza stampa avvenuta presso il cinema Apollo del circuito SpazioCinema d Milano.

Sarà l’eleganza del francese, o la giovanissima età o il suo viso fresco e non contaminato dal tempo, ma Xavier Dolan fa ripensare un po’ ad Arthur Rimbaud e oltre a tutto questo, ciò che li accomuna davvero, è il genio, assoluto e incontrastato. Minuto e delicato, il regista di Mommy dimostra di essere completamente a suo agio di fronte a telecamere e giornalisti che lo riempiono di domande, a volte anche scomode. L’accusa che gli viene lanciata più prepotentemente è quella di aver ancora una volta (dopo J’ai tué ma mère) descritto una madre a tratti riprovevole e menefreghista. Dolan pare non apprezzare questa visione delle cose e spiega che la sua Diane è, invece, una donna che ama incondizionatamente suo figlio e che cerca, fino alla fine, di evitare il peggio. Lo avrebbe voluto con lei per sempre, ha sognato di potergli garantire un futuro di normalità, rinunciando al lavoro per prendersi cura di lui e potergli stare accanto. D’altronde, spiega il regista, anche in J’ai tué ma mère, non è certo quello della madre il personaggio negativo, anzi, lo spettatore tenderebbe a empatizzare maggiormente con lei e a guardare con sospetto la figura del figlio, spesso maleducato e irrispettoso.

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L’excursus termina con Laurence Anyways, in cui se all’inizio viene presentata una madre rigida e distaccata, pian piano la si vede sempre più comprensiva e amorevole nei confronti del figlio, tanto da essere, alla fine, l’unico personaggio che accetta appieno il cambiamento di sesso di Laurence. Madri, figli, famiglie complesse, amori incondizionati, abbandoni, disagi, indifferenza sociale, tutto questo è Mommy, ma è stata anche materia dei suoi lavori precedenti, in cui il geniale venticinquenne, si districava neanche fossero argomenti a piacere nel corso di un’interrogazione a scuola. Avrebbe ancora molto da dire in merito, aggiunge Dolan: «Il rapporto madre-figlio è come le storie d’amore, non si smetterà mai di raccontarlo».

ADorval3Non poteva mancare il riferimento alla peculiare e quanto mai azzeccata scelta musicale che, in questo così come negli altri lavori del regista canadese, sembra riuscire a trasportare lo spettatore proprio lì dove si sta svolgendo la storia, facendolo diventare parte integrante di essa. E ciò avviene perché quella musica, quelle canzoni, le conosciamo bene, fanno parte della nostra storia e le leghiamo inevitabilmente a qualche ricordo, più lontano, nel caso di Wonderwall, ad esempio, e più vicino quando ascoltiamo Lana Del Rey con Born to die, cucita sul finale con la maestria di un sarto francese. E’ qualcosa di irresistibile. «Quando ho ascoltato per la prima volta Experience di Ludovico Einaudi, ho subito pensato che potesse essere la musica adatta ad accompagnare immagini di qualcosa che avremmo voluto si realizzasse, ma non si è mai realizzata. Poi quando mi son ritrovato a girare Mommy, l’ho scelta come accompagnamento per la sequenza in cui Diane sogna la vita che lei e Steve non avrebbero mai avuto».

AOPilon1La musica prima delle immagini, quindi, ma le immagini fisse prima di quelle in movimento, ci rivela Dolan, il quale confessa di trarre ispirazione più che dai film, dalle opere d’arte visiva, dalla pittura, ammettendo di non avere una vastissima cultura cinematografica (anche se noi gli crediamo poco) e di amare pellicole quali Titanic, Batman Returns e Mamma ho perso l’aereo (di cui si può cogliere un’esplicita citazione proprio in Mommy, nel gesto del ragazzo che con aria molto sorpresa, si tiene il viso tra le mani) che non sono proprio dei titoli annoverati nei manuali di storia del Cinema.
Il giovane maestro ha dato delle delucidazioni anche in merito alla singolare scelta del formato 1:1, smentendo tutte quelle voci secondo cui il 4:3 richiamasse in qualche modo lo stato mentale del protagonista del film, ingabbiato nella sua schizofrenia e nel suo mondo di violenza. Non è così. Non c’è alcuna elucubrazione mentale del genere dietro questa volontà. «Mi piaceva l’idea di poter girare un film le cui le immagini si rifacessero alle vecchie Polaroid, in quel formato che oggi è stato tanto diffuso attraverso Instagram».

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L’incontro con la stampa si è concluso con una fantastica rivelazione da parte di Dolan: è già in cantiere il suo sesto film, che racconterà l’ascesa e la caduta di un grande attore hollywoodiano, affiancato dalla splendida Jessica Chastain, conosciuta attraverso Twitter e diventata ormai una sua ottima amica. E così, con i suoi stravaganti pantaloni a fiorellini rossi e la sua ironia a volte un po’ snob, Xavier Dolan, abbandona Milano a pochi giorni dall’uscita del suo capolavoro. Riesce ancora piuttosto difficile credere che un ragazzo di soli 25 anni sia stato in grado di mettere a punto un opera tanto complessa e magnifica come Mommy. Questo giovane regista canadese è una rarità, un artista dal valore inestimabile, un visionario malinconico e violento. Sì, negli occhi di Dolan, splende proprio la luce dell’immortale Rimbaud.

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Giuseppe T. Chiaramonte

Giuseppe T. Chiaramonte

Nato a Catanzaro nel 1988, vive nella provincia di Milano da sempre. Appassionato di cinema fin da piccolo capisce che vuole farne la sua vita quando vede La compagnia dell'anello. Nonostante l'imprinting col genere blockbuster, che rimane nel cuore, la conoscenza del cinema d'autore arriva qualche anno dopo grazie agli studi e ora tra i suoi registi preferiti si contano nomi come Billy Wilder, Orson Welles, Alfred Hitchcock, Martin Scorsese, David Fincher e Christopher Nolan. Ma siccome nella vita è un montatore video, la vera fonte di ispirazione arriva dalla leggendaria Thelma Shoonmaker, dal maestro Walter Murch e Kirk Baxter.

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