Trainspotting, l’ultimo baluardo dell’immoralità

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Trainspotting Genere: Drammatico Regia: Danny Boyle Cast: Ewan McGregor, Robert Carlyle, Ewen Bremner, Kelly MacDonald, Jonny Lee Miller, Kevin McKidd, Peter Mullan, James Cosmo, Eileen Nicholas, Susan Vidler, Pauline Lynch, Shirley Henderson, Stuart McQuarrie, Irvine Welsh, Dale Winton Durata: 94 min Anno: 1996

Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxi-televisore del cazzo; scegliete lavatrice, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina? – Mark Renton (Ewan McGregor)

Anche questa mia recensione di Trainspotting devolve il suo tributo necessario alla citazione della personale dichiarazione di intenti che il giovane protagonista della pellicola, Mark Renton, interpretato da un Ewan McGregor agli inizi della carriera, pronuncia nella tumultuosa sequenza iniziale.

Le parole di questo personaggio, infatti, oltre a rappresentare, a parere di chi scrive, uno dei più bei monologhi cinematografici di sempre, ben sintetizzano l’impalcatura concettuale che sorregge l’intera pellicola, vale a dire una riflessione sulla dipendenza dalle droghe e la conseguente non-scelta, consapevole o meno, della vita, nella sua natura convenzionale tarata sull’omologazione medio-borghese, da parte di coloro che ne sono assuefatti.

Temi, questi ultimi, dominanti nell’ultimo decennio del Novecento, anche se troppo spesso sanzionati con ogni sorta di moralismo misto a ipocrita buonismo giustizionalista. La solita, vecchia storia: si punta il dito senza però aver messo in gioco un minimo di empatia volta a calarsi nei panni dell’altro per comprenderne le ragioni.

Trainspotting, in tale contesto, rappresenta la chiave di volta in quanto pone in gioco la visione di una condizione esistenziale non filtrata dallo sguardo sanzionatore di terzi, ma mediata da coloro che si ritrovano a fronteggiarla.

La pellicola, infatti, narra la storia di un ragazzo, Mark Renton, e del suo gruppo di amici, che, in una Edimburgo allo sfascio, incapaci di adattarsi ai valori imperanti della società contemporanea, trovano un rifugio dal tedio e dalle problematiche della quotidianità nell’assuefazione all’eroina.

Ogni personaggio è, a suo modo, un disadattato: abbiamo Sick Boy, interpretato da Johnny Lee Miller, uno scaltro manipolatore che dispensa all’occorrenza pillole filosofiche, Spud, un bravissimo Ewen Bremner, lo svitato ingenuo quanto sensibile, Tommy, Kevin McKidd, il bravo ragazzo che ripudia la droga, ma che, dopo una delusione amorosa, vi cadrà dentro fino al collo, e, infine, Begbie, interpretato da un folle quanto strepitoso Robert Carlyle, totalmente dipendente dalla violenza fisica.

Attraverso le storie di questi personaggi, lo spettatore assume il punto di vista del tossico, calandosi nel suo universo di degrado misto a cinismo e malessere generalizzato. Si tratta di una scelta narrativa piuttosto originale, simile a quella operata circa un decennio prima in occasione della trasposizione cinematografica del libro cult Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, dove, attraverso le drammatiche vicende vissute dalla protagonista, Christiane F., si cercava di sensibilizzare lo spettatore circa la piaga della prostituzione e la tossicodipendenza giovanili.

Tratto dal romanzo omonimo del 1993 di Irvine Welsh, che compare tra i fotogrammi in un piccolo cameo nel ruolo di uno spacciatore, Trainspotting non si risparmia dal punto di vista del racconto e mette in scena, utilizzando un registro visivo aggressivo, sporco e a tratti disturbante, una realtà la cui componete atroce è veicolata dalle aberranti immagini di un neonato che muore asfissiato dalle droga, un ago che buca una vena, un malato di aids umiliato da terribili discriminazioni, un boccale di vetro gettato senza motivo sulla testa di un avventore del pub…

Danny Boyle dirige un film lontano anni luce in termini di stile e tema dal pluripremiato The Millionaire che gli è valso l’Oscar come miglior regista, confezionando un’opera in grado di replicare la crudezza narrativa del romanzo di Welsh coniugandola sapientemente con una forte ironia. Il risultato è un’opera drammatica e al contempo grottesca e surreale che impone l’esigenza di una riflessione nello spettatore, senza però configurarsi come una parabola moralizzatrice o di qualsivoglia denuncia etica.

Fiore all’occhiello di questo ultimo (oppure unico, chissà) baluardo dell’immoralità degli anni ’90 è la sua meravigliosa colonna sonora: Lust for Life di Iggy Pop insieme ad altri grandiosi pezzi di artisti quali Lou Reed, Blondie e i Blur ne marchiano i fotogrammi, lasciando un nutrito spazio anche alla dance, genere in auge nell’ultima decade del millennio, con il pezzo emblema di questo cult, Born Slippy degli Underworld.

Scegliete la vita, dunque.

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Viviana de Lillo

Viviana de Lillo

Stanziata nella natale Torino dalla prima apparizione su tale piano di esistenza, registrata il 06 settembre 1986, trascorre 3/4 di vita seduta su una poltroncina rossa davanti ad un grande schermo immerso nel buio. Il restante quarto l'ha investito in fumetti, serie tv e cartacce semiotiche. Su queste ultime, a proposito, nutre ancora dei dubbi, ma questa è un'altra storia.

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