Logan – The Wolverine, l’analisi della furia di un personaggio e della sua significativa fine

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Logan Genere: Avventura, azione, drammatico, fantascienza, thriller Regia: James Mangold Cast: Hugh Jackman, Patrick Stewart, Richard E. Grant, Boyd Holbrook, Stephen Merchant, Dagne Keen, Elizabeth Rodriguez Durata: 137 min Anno: 2017

loganLe ferite che non si rimarginano, le glorie passate, il declino di un eroe che ha saputo perdere tanto quanto ha saputo nel tempo e con dolore donare, il punto più profondo di un guerriero, un soldato stanco di combattere le sue quotidiane seppur straordinarie battaglie. La fine – decisiva, letale, conclusiva – di un mutante che della sua bestialità ha fatto un vanto di incredibile e sofferta umanità.

Logan – The Wolverine è l’ultima opera del regista statunitense James Mangold (Ragazze Interrotte, Quando l’amore brucia l’anima, Wolverine – L’immortale) che con maestria cinematografica inquadra in un’ossimorica aria di distaccata empatia la crisi di mezza età di un personaggio arrivato alla destinazione terminale del suo lungo e copioso viaggio, in una movimentata e irosa analisi sul bagaglio che ognuno si porta dietro direttamente dal proprio passato.

Nell’anno 2029 la popolazione conta un numero sempre minore di nati mutanti. Distanti da problemi indiscreti, in un arido deserto disabitato, Logan (Hugh Jackman) agogna di partire e prendere il largo, sognando una barca che lo porterà lontano insieme ad un provato e anziano Professor X (Patrick Stewart). Ma una bambina inaspettata ed il segreto che con sé porta scombineranno qualsiasi previsione di tranquillità prossima, immergendo uno stanco Wolverine nella sua ultima, simbolica prova.

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Wolverine torna completo, definitivo, ruvido come il suo primario essere e più brutale nella rancorosa e incurabile rabbia, l’unica oramai in grado di smuovere gli intorpiditi artigli di un individuo schivo e diffidente, il quale con estrema, benché muta tenacia esprime implicitamente solo il grande desiderio di lasciarsi completamente andare. Tutto il tempo zoppicante, segnato nello spirito e nel corpo, il quale curvo rivela le rosse, innascondibili cicatrici che mancano ora della capacità di risanarsi, Logan arranca in un racconto che trova il suo motore in una furia che monta, tuona, ruggisce. Un film che racchiude l’intera area della violenza, mai stata tanto viva perché mai stata tanto umana.

Cresciuti, sviluppate le proprie abilità all’insegna di una credenza che li elevava a icone divine, i mutanti – o meglio i pochi rimasti – si rivelano come caduti dal loro dorato e sempre scombussolato Olimpo per atterrare su una Terra che ormai non ha bisogno della loro straordinarietà, un luogo che sembra quasi deriderli, ripudiarli, che li vede soltanto nella misura delle loro potenzialità, lasciandoli marcire nei propri tormentati rimorsi. Intaccato un lato affettivo che esita a mostrarsi apertamente, nel sottostrato della confusione – del disordine circostante e interiore – questo si conferma in Logan – The Wolverine un legame il quale crea un circuito di speranza, il rapporto padri e figli che si dirama con dramma aprendosi su di un timore, quello degli adulti, per l’avvenire dei giovani.

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[Attenzione Spoiler]

Charles Xavier abbandona il ruolo di direttore per vestire i panni di un genitore apprensivo e malato, straziante nelle scene dove l’attore Patrick Stewart esercita dolorosamente e con un immenso talento il ruolo investito per anni e arrivato in Logan – The Wolverine al suo stadio finale, apprensivo come solo un padre potrà mai dimostrarsi, fiducioso della dimensione emotiva dell’ideale figlio Logan ed insieme impaurito delle volte in cui il supereroe, sempre più spesso, sembra dimenticare e perciò non riconoscersi. E nella morte di Xavier è rispecchiata la morte di Wolverine, il passaggio necessario del cambio generazionale che vede nello stroncare la vita una rinascita dalle ceneri. Perché anche Logan nel suo ultimo capitolo si scopre padre e difficilmente ne comprende il carico, completando la sua accettazione dell’amore sfociando nel sacrificio della vita, ad abbracciare il destino fatale come inizio di un domani in cui bisognerà ancora combattere.

Un film, quello di James Mangold, in cui il continuo cambio di focale sottolinea l’importanza di eventi, posti, personaggi, suggerisce gli elementi necessari da evidenziare non escludendo i sentimenti forti, virulenti; pugni in primo piano sporchi del sangue proprio e dei nemici, mani piccole di una bambina che ha già imparato cosa significa sopravvivere. Una fine degna quella del mutante Wolverine nell’opera bruta e distruttiva Logan – The Wolverine, un saluto decoroso al passato e un possibile spiraglio verso un inedito futuro.

★★★1/2

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