Veloce come il vento, ritratto di famiglia

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Genere: Azione Regia: Matteo Rovere Cast: Stefano Accorsi, Matilda De Angelis, Roberta Mattei, Paolo Graziosi, Lorenzo Gioielli, Giulio Pugnaghi Durata: 119 min. Anno: 2016

Le curve sono tante, il difficile spesso è vederle.” – Carlo Capone

VelocecomeilVento_posterfilm_StefanoAccrosi La spensieratezza non è una costante della giovinezza. Lo sa bene Giulia De Martino (Matilda De Angelis), giovane promessa del campionato GT, che, a soli diciassette anni, non solo ha già dovuto confrontarsi con l’assenza ingombrante di una madre trasferitasi in Canada, ma, dopo la prematura quanto improvvisa morte del padre, si trova ora nella rinnovata veste di capofamiglia, col dovere morale sia di crescere un fratello più piccolo che di vincere a tutti i costi la stagione, pena la perdita del vecchio casolare di famiglia vincolato dal padre a causa della difficoltà nel trovare uno sponsor.

Interessato a questa unica e fatiscente eredità paterna è anche Loris (Stefano Accorsi), il più vecchio dei fratelli, ex pilota di talento dal passato glorioso ora imprigionato in un presente reso drammatico dalla miseria della tossicodipendenza, che intende abbandonare la precaria roulotte in cui vive con la sua donna e trasferirvisi.

I tre fratelli dovranno così fronteggiare una convivenza sì forzata, ma che sarà anche preziosa per ritrovarsi l’un con l’altro.

Ispirato alla storia del pilota di rally Carlo Capone, un “inaspettato” fuoriclasse che tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 si distinse sia nel campionato italiano che in quello europeo, per poi abbandonare la scena bruscamente per conflitti con la scuderia d’appartenenza e la perdita di una figlia di pochi mesi, due eventi che lo hanno minato sia psicologicamente che fisicamente incatenandolo nel buio della depressione, Veloce come il vento pone al centro della narrazione, prima ancora che l’adrenalina e la dinamicità del mondo delle corse, le vicende di una famiglia la cui storia è intrecciata indissolubilmente alle macchine e ai motori, ma anche ad una forma sottile del dolore, quella dell’abbandono.

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La pellicola propone una sorta di romanzo di formazione collettivo che, partendo dall’abbandono espresso in molteplici declinazioni (quello per scelta della madre, quello per natura del padre, quello personale del fratello maggiore), pone le basi per un affrancamento dallo stesso e per un ritrovarsi.

I tre fratelli si aiutano l’un con l’altro. Loris mette a disposizione le sue capacità di vecchia gloria su quattro ruote per sgrezzare il talento acerbo di Giulia e fornisce qualche dritta da spaccone per aiutare Nico (Giulio Pugnaghi), il fratello piccolo, a farsi accettare dai suoi coetanei, Giulia e Nico aiutano al contempo Loris a ritrovare in qualche modo sé stesso. L’aiutarsi in questa pellicola si declina su un doppio registro: quello pratico e, al contempo, quello esistenziale. Tale doppio binario è ben espresso dalla figura di Loris: il personaggio di Accorsi fornisce dei suggerimenti per sopravvivere sul tracciato, ma, insieme, suggerisce anche come affrontare curve un po’ più insidiose, quelle della vita.

La regia di Matteo Rovere pone in essere con grande maestria l’intensità di una storia prima di tutto umana, che d’azione.

Eccezionale la prova dell’esordiente Matilda De Angelis che ha saputo proporre un personaggio forte, ma, al contempo, vulnerabile: il look trasgressivo non inibisce la rigidità e la compostezza di una ragazza che ha sulle proprie spalle gravose responsabilità per le quali ha dovuto mettere via le velleità dell’adolescenza. Il suo personaggio ha fatto propria una causa superiore, il bene comune, ma questo è anche, in qualche modo, causa di ulteriore sofferenza, in quanto le fornisce la misura di ciò cui ha dovuto rinunciare.

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Sorprendente la caratterizzazione del personaggio di cui Stefano Accorsi ha dato prova: dimagrito di svariati chili, con le unghie sporche di terra e dalla camminata arcuata e trascinata, Loris è un anti-eroe con dalla sua una salda dignità. In bilico tra follia e lucidità, offuscato dalla droga e osteggiato da pulsioni autodistruttive, ma con ancora la capacità di discernere cosa per lui valga davvero, il suo personaggio rappresenta un mentore precario, ma onesto, un disperato vero che, però, sa ancora che per destreggiarsi nella vita occorre soprattutto rischiare e non prendersi troppo sul serio, come rende noto alla sorella in alcune delle sequenze più belle della pellicola.

Rischiare per andare avanti. Questo sembra essere anche il modus operandi intrapreso dal cinema italiano oggi e i risultati si iniziano ad intravedere.

★★★★

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Viviana de Lillo

Viviana de Lillo

Stanziata nella natale Torino dalla prima apparizione su tale piano di esistenza, registrata il 06 settembre 1986, trascorre 3/4 di vita seduta su una poltroncina rossa davanti ad un grande schermo immerso nel buio. Il restante quarto l'ha investito in fumetti, serie tv e cartacce semiotiche. Su queste ultime, a proposito, nutre ancora dei dubbi, ma questa è un'altra storia.

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