Orwell 1984, chi controlla il passato controlla il futuro

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Orwell 1984  Genere: Fantascienza Regia: Michael Redford Cast: John Hurt, Suzanna Hamilton, Richard Burton, Cyril Cusack, Gregor Fisher, James Walker, Andrew Wilde, David Trevena, David Cann, Anthony Benson, Peter Frye, Roger Lloyd-Pack, Rupert Baderman Durata: 113 min. Anno: 1984.

locandinaLondra, 1984. La città è stata stravolta dalla rivoluzione e dalle guerre atomiche di pochi anni prima. Il partito del Socing ha preso il potere affermando un regime totalitario che mira alla negazione della libertà dei singoli individui servendosi di un pervasivo strumento di monitoraggio: il Grande Fratello. Winston lavora come impiegato per il Partito presso il Ministero della Verità: il suo compito è quello di riscrivere la storia in conformità con l’ordine del giorno, che i suoi superiori, senza alcun contatto umano, gli comunicano tramite un impianto di posta pneumatica. Ma il desiderio di insorgere inizia a farsi largo nella sua testa..

“Orwell 1984” non è solo un film. Esso è, come il romanzo, un viaggio nelle angosce e nelle paure più recondite dell’umanità. Paure portate alla ribalta dall’avvento dei regimi totalitari degli anni ‘40 (il romanzo da cui è tratto il film è uscito appena qualche anno dopo) che hanno fatto della negazione di ogni tipo di libertà il loro vessillo. Ma il tempo passa e, grazie al genio di Orwell, a rimanere non sono solo le pagine nere dei libri di storia ma anche quelle che compongono, secondo molti, il racconto distopico per eccellenza.
Il film che gli fa da trasposizione cinematografia è un’accurata composizione di scene che godono di un macabro magnetismo: andando avanti con la visione, infatti, non si potrà non provare una sorta di sofferenza nel constatare la realtà creata dal geniale autore inglese e portata a compimento dal regista Michael Redford. Una sensazione da cui lo spettatore non sarà in grado di scrollarsi fino ai titoli di coda ma che lo attanaglierà in una piacevole costrizione per tutta la durata della pellicola. A livello tecnico c’è da segnalare la riuscita ambientazione in cui si svolgono le vicende: l’assoluto degrado e trascuratezza degli interni degli edifici che fanno da scenografia è ricercata con minuziosa accortezza, così come ogni inquadratura è dipinta da un’atmosfera cupa e sordida grazie alla scelta di una fotografia satura con colori che spaziano dal blu al grigio.

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L’intreccio si slega intorno alle vicende di Winston Smith (interpretato da John Hurt), uno dei tanti anonimi membri del partito appartenente al Ministero della Verità. Facciamo ordine: in questo mondo ideato da Orwell esistono solo tre continenti: L’Oceania, L’Eurasia e l’Estasia, tutti in guerra fra loro per affermare la propria supremazia. L’Oceania comprende anche l’attuale Londra che è la città dove si dispiegano le vicende del nostro protagonista. Qui vige un regime, il partito del Socing, che si serve di un mezzo, questo fantomatico Grande Fratello, per assicurarsi che tutti i membri del partito rispettino le norme tiranniche da lui definite evitando che le tradiscano – o addirittura pensino soltanto – di tradirle. Pena la cancellazione di qualunque prova della loro esistenza .
La storia già così sinteticamente raccontata ha di per sè diverse implicazioni sul piano della filosofia politica e stimola diverse riflessioni in ambito sociologico, difatti essa è – nell’ambito dei contenuti – una delle opere più feconde del Novecento. Il film se ne appropria in maniera integrale e anche efficace. Partiamo da l’odio istituzionalizzato: “istituzionalizzare” significare dare configurazione giuridica (e stabilità nel tempo) ad un modello di comportamento. Già l’antropologo Malinowski  affermava – quasi un secolo fa – che una qualunque istituzione nasce nel momento in cui essa risponde ai bisogni di una società. E, per la Londra di Orwell, l’odio è più che mai funzionale al Socing: attraverso i “Due minuti d’odio” (e la “Settimana dell’Odio” prevista una volta l’anno, dove questo meccanismo raggiunge dei toni parossistici), infatti, si possono concentrare tutte le energie e la rabbia verso quello che è considerato il presunto traditore del partito: Goldstein. Avere un nemico comune, minaccioso, ambiguo, dipinto come il male in persona, è l’ideale per aumentare l’adesione e la devozione degli adepti verso il partito stesso. D’altronde qui si tocca una delle poche indiscusse leggi sociali, quella che suggerisce che un gruppo è quanto più coeso quando ha un outgroup con cui confrontarsi e da cui consciamente sa di discostarsi (e di non appartenere). In poche parole, l’odio è uno specchietto delle allodole di cui si serve il partito per far sì che il popolo butti fuori la frustrazione di una vita disadorna e insoddisfacente. Un’aggressività che in questo modo viene catalizzata strumentalmente verso quello che è individuato come il nemico comune del Socing evitando che si scateni contro il Partito stesso.

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Andando avanti con la visione notiamo che è portato all’estremo la manipolazione dell’informazione e della cultura, triste fenomeno registrato realmente durante i regimi totalitari della Seconda Guerra Mondiale (di cui l’autore del romanzo sembra averne lucidamente risentito). Chi comanda nel presente non cambia solo il futuro, ma anche il passato, riadattandolo a proprio piacimento, creando una sorta di memoria indotta e rimuovendo quella non approvata dal Partito.  Un meccanismo psicologico che consente di credere che tutto possa farsi e disfarsi, in base alle esigenze, dove l’opposto dal vero può trasformarsi in verità quando più occorre. Nel film questo meccanismo viene definito Bipensiero.
Ma non è tutto qui. Per un controllo delle menti più efficace, il Grande Fratello, si spinge fino a modificare il vocabolario della parole, rendendolo più essenziale e scarno,  in modo tale che alcuni pensieri (come quelli di rivolta o di disapprovazione verso il Partito ndr) non siano nemmeno pensabili. Qui ci aiuta l’ipotesi dei due linguisti Saphir e Worf i quali per primi hanno ipotizzato – e poi ampiamente documentato – che il linguaggio possa influenzare il pensiero. Se in una data lingua non esistono vocaboli per esprimere determinati contenuti concettuali, vorrà dire che non sarà possibile formulare quel particolare pensiero. Da ciò si evince che la lingua determina anche la nostra possibilità di pensare e le nostre opzioni cognitive. Una relatività linguistica di cui il Partito e il Grande Fratello sono ben consci e, su tale base, hanno operato una chirurgico lavoro di riduzione per trasformare gli uomini in automi al proprio servizio.

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Inoltre in questo futuro distopico notiamo, almeno a livello culturale, un ritorno al passato medioevale: l’eros è soppresso e – contestualmente – la sessualità viene vissuta come un tabù. Un tabù non come lo intendiamo nel linguaggio contemporaneo, orfano della sua connotazione aberrante e gravosa, ma un interdizione sacrale proibita al pari dell’incesto e della pedofilia, pensata dunque con vera e propria ripugnanza. Questa repressione non può che produrre isteria, anche questa sapientemente veicolata dal Grande Fratello, che sfocia in una psicosi di tipo bellico verso i nemici da lui di volta in volta definiti e verso un morboso culto del capo. Un culto che porterà alla mitizzazione della figura del Grande Fratello: un’uomo senza volto che si cela dietro slogan e manifesti, la cui entità impersonale non farà altro che elevare la sua figura fino a fargli assumere delle connotazioni sovrannaturali rafforzate dalla sua onniscienza: d’altronde lui può vedere tutto e tutti!
In questa soffocante escalation di ingiurie gli unici che tentano di combatterlo sono i membri della Confraternita, un’ organizzazione segreta che si autodefinisce come l’ultima speranza contro l’avvilente potere del partito. Più che un organizzazione essa è un simbolo, un’idea, l’unica arma da sempre nelle mani degli uomini che vogliono opporsi ai regimi oppressivi e da chiunque voglia fare da burattinaio alle nostre vite. Ma anche qui non è tutto come sembra..

★★★★

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