The Hateful Eight, l’ottava meraviglia di Quentin Tarantino

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id.Genere: drammatico/pulp – Regista: Quentin Tarantino – Cast: Samuel L. Jackson, Kurt Russel, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Michael Madsen, Tim Roth, Bruce Dern, Demián Bichir, James Parks, Channing Tatum – Durata: 187 minuti o 167 minuti – Anno: 2015

Quando nel 1994 Quentin Tarantino scrisse Pulp Fiction non immaginava che avrebbe cambiato il modo di fare un certo tipo di cinema e che dopo di lui in molti avrebbero provato a fare la stessa cosa, dagli autori e registi affermati fino a un qualsiasi studente di scuola del cinema. Lo stile di Tarantino è stato sviscerato in tutti i modi, eppure nessuno ha mai raggiunto quella vetta di scrittura che è stato proprio Pulp Fiction. Probabilmente nemmeno lo stesso autore è mai riuscito a replicare tanta grandezza se non in sporadici casi all’interno dei suoi film successivi con scene e o sequenze memorabili, roba da antologia, ma mai un prodotto intero ha avuto quella maturità e consapevolezza del proprio mezzo come il gioiellino del 1994. Fino a oggi.
The Hateful Eight è considerabile il film più maturo e tarantiniano dello stesso Quentin Tarantino proprio dai tempi di Pulp Fiction.

Ambientato alla fine dell’800, in un innevato Wyoming, The Hateful Eight grazie a vari espedienti raggruppa otto individui in un emporio durante una bufera di neve che costringe tutti a rimanervi per due giorni. È questo l’espediente migliore per consentire a Quentin Tarantino di prodigarsi in quello che sa fare meglio: scrivere. C’è un profondo amore nei confronti dell’arte della scrittura e del cinema tutto nella sceneggiatura dell’autore del Tennessee e le tre ore di film sono riempite sapientemente di arditi dialoghi apparentemente gratuiti ma che in realtà costruiscono poco alla volta un grande progetto. Se tutta la prima parte sembra perdersi in lunghissimi e inutili chiacchiere, mentre la seconda offre lo spettacolo che forse molti si aspettano dal film, è evidente che in realtà è tutto necessario alla costruzione di un meccanismo drammaturgico a orologeria.
The Hateful Eight ha il sapore della pièce teatrale -primo vero obiettivo dello script- ripreso con il gusto del cinema di una volta. La scelta della pellicola in 70mm non è solo dettata da una questione di principio, ma fa tutto parte dell’esperienza cinematografica che il regista ha voluto creare, ma su questo torneremo dopo. A interpretare i protagonisti una pletora di attori in stato di grazia, tra i quali spicca Jennifer Jason Leigh -non solo per la nomination agli Oscar.

Una grande, divertentissima e tagliente partita a Cluedo nella quale per gran parte del tempo non si sa dove si sta andando a parare. E sta proprio qui il maggiore pregio di The Hateful Eight: la mancanza di un vero obiettivo. In modo simile a come succedeva in Pulp Fiction, Tarantino racconta un lungo episodio che è capitato a (quasi tutti) i protagonisti per una serie di coincidenze. Nessuno sa che cosa racconta il film, eppure lo spettatore pende dalle labbra dei vari Samuel L. Jackson, Kurt Russel, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins o chiunque abbia in mano in quel momento la parola.
Bisogna solo accomodarsi e godersi lo spettacolo perché nulla è lasciato al caso e soprattutto nulla avviene se non prima di una lunga premessa. Tarantino ubriaca lo spettatore di parole e non c’è sbronza migliore che si possa desiderare quando la qualità di ciò che si fruisce è così buona.
Però non si tratta solo di una dimostrazione della propria capacità di scrittura, perché Tarantino in mezzo alla folle vicenda degli odiosi otto, inserisce un discorso politico e parla dell’America. La collocazione temporale non limita il discorso a quell’epoca, ma in maniera sottile The Hateful Eight dipinge in modo essenziale un quadro generale che abbraccia un secolo e mezzo di storia americana e probabilmente parla di tutto ciò che di cinico e brutale appartiene all’Essere Umano.

The_hatefu_ eight_samuelljacksonTornando al discorso del 70mm, invece, la scelta di Tarantino, si diceva, è dettata dalla volontà di far vivere allo spettatore l’esperienza cinematografica di una volta: lo sfarfallìo dell’immagine, le scritte che tremano sullo schermo a causa della meccanica del pesante marchingegno che muove la pellicola a 24 fotogrammi al secondo, la pasta dell’immagine che ha una profondità e una ricchezza di dettagli che trasformano la visione in un esperienza quasi fisica sono certamente elementi per cinefili incalliti, ma se si ha la possibilità di assistere ad una proiezione di questo tipo, è un’occasione da non lasciarsi sfuggire.

E così, tra sterminati paesaggi innevati e luoghi claustrofobici dove avviene la vicenda si consuma il nuovo capolavoro di un artista che dichiara il suo amore alla settima arte con ogni parola e ogni inquadratura.

★★★★½

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Giuseppe T. Chiaramonte

Giuseppe T. Chiaramonte

Nato a Catanzaro nel 1988, vive nella provincia di Milano da sempre. Appassionato di cinema fin da piccolo capisce che vuole farne la sua vita quando vede La compagnia dell'anello. Nonostante l'imprinting col genere blockbuster, che rimane nel cuore, la conoscenza del cinema d'autore arriva qualche anno dopo grazie agli studi e ora tra i suoi registi preferiti si contano nomi come Billy Wilder, Orson Welles, Alfred Hitchcock, Martin Scorsese, David Fincher e Christopher Nolan. Ma siccome nella vita è un montatore video, la vera fonte di ispirazione arriva dalla leggendaria Thelma Shoonmaker, dal maestro Walter Murch e Kirk Baxter.

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